Il Cav. e la caccia al ladro
Con prudente entusiasmo (ossimoro) il Cav. ha inaugurato una sua personale caccia al ladro. Stupore e sconcerto per questi umori, dopo anni di forte ostilità per la Repubblica delle guardie, sono comprensibili. Berlusconi d’altra parte è irritato, e lo si capisce bene, perché l’aria che tira, in parte della classe dirigente raccolta sotto il suo capace ombrello, è quella dell’assalto alla diligenza. Uno spettacolo non proprio da applausi è in effetti la catena di inestetismi, piccoli immoralismi generici, favori e favoretti più o meno immobiliari, che fa cing cling in numerose ultime inchieste giudiziarie.

Bisogna non dimenticare, tuttavia, che la dialettica fra un certo illegalismo primorepubblicano politicamente connotato, dipanatosi al tempo della Guerra fredda e dello scontro tra classismo comunista e liberalismo borghese e imprenditoriale, e un establishment che ha sempre fatto della legalità la propria bandiera ideologica, molto meno il suo codice di comportamento effettuale, è il motore politico della rivoluzione di sistema che il berlusconismo ha introdotto in Italia.
Chi ha fatto esplodere il tema della libertà nella politica italiana non poteva non essere insofferente della gretta dittatura delle regole, sopra tutto quando le regole piegano la propria pretesa universalità a usi sapienti e socialmente connotati. Il garantismo giuridico è una seconda pelle degli outsider, e non ce n’è traccia (salvo eccezioni a titolo individuale o di piccoli gruppi) nei poteri costituiti che si reggono sull’appoggio aperto della magistratura d’assalto. Insomma, la caccia al ladro va bene, si potrebbe anche dire che era ora di dividere le responsabilità politiche di rottura di un sistema, anche con la forza e lo spirito animale di un certo insofferente rigetto delle regole, dalla mediocre avidità di status, di potere e di guadagno di certuni. Però, Pedro, va’ avanti con juicio, e con qualche diffidenza resistente verso i gentiluomini che usano i gendarmi.
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
